Ignazio Arcoleo è stato l’unico calciatore del Palermo ad avere giocato le due finali di Coppa Italia, nel 1974 e nel 1979. “Due ferite ancora aperte, sono stati i momenti più tristi della mia carriera di calciatore del Palermo”, ha raccontato l’ex calciatore e tecnico di Mondello al Giornale di Sicilia. Non crede, però, di essere stato il migliore rosanero: “Di gran lunga, Tanino Troja era un centravanti fortissimo. Il più forte palermitano che ha mai giocato nel Palermo. La sua elevazione era straordinaria, di testa le prendeva tutte. Nel calcio di oggi sarebbe un top player”.

La vita da palermitano al Palermo non è facile: “È vero. Anche per questo da giovane mi sono tenuto un’altra strada aperta. Mi ero diplomato al Nautico, sapevo fare il punto nave con le stelle e usare il sestante. Il calcio mi ha dato tutto, giocare con la maglia rosanero mi ha riempito d’orgoglio ma per un palermitano è difficile giocare nel Palermo, devi sapere sopportare e sapere reagire. Prima della semifinale di Coppa Italia contro la Juventus. Nel 1974 giocammo male in campionato. Pensavamo già alla sfida di Coppa. Dalla tribuna un tifoso si levò la sua scarpa nera e me la lanciò, con un insulto pesante. Scansai la scarpa, lo vidi, mi accorsi che accanto a lui c’era mio suocero, che la sera mi rimproverò dicendomi – in pratica – che non potevo giocare male, perché avevo messo tutti in difficoltà. Ma quella scarpa mi insegnò qualcosa, la gara successiva in Coppa con la Juve giocammo tutti benissimo e io fui tra i migliori. Cercai quel tifoso con lo sguardo in tribuna ma non lo vidi”. E sui palermitani di oggi: “Li conosco poco, Crivello ha fatto una bella carriera. Ho visto la partita contro il Catanzaro e il Palermo non meritava assolutamente di perdere. Non so come finirà quest’anno, auguro a Mirri e alla squadra di fare un exploit nei play-off“.

Poi le scarpette al chiodo e le avventure in panchina: “Sono diventato allenatore a Mazara. E dire che non ci volevo andare, giocavo ancora alla Reggina. Il presidente Di Giovanni mi chiese di andare a vedere la squadra in ritiro a Enna. Trovai solo otto calciatori e ci restai male. Ma il dirigente Enzo Ingargiola mi disse una cosa che non ho più dimenticato: “Lei è un comandante, per andare a Ustica non ci vuole un transatlantico, a lei basta una barchetta. Noi siamo la barchetta, Ustica è la salvezza”. A Mazara puntai molto sui calciatori mazaresi, per me il gruppo e l’armonia sono sempre stati fondamentali. Pietro Ingargiola, un altro dirigente, fu prezioso per creare questo spirito. Solo col miglioramento della tecnica individuale si migliora la squadra. A Trapani, per esempio, lavorai tanto con Marco Materazzi, che suo padre voleva si desse al basket. La Sicilia ha un serbatoio di giovani straordinario, bisogna lavorarci con passione, occorre avere più coraggio e farli giocare”.

Fino al ritorno al Palermo da allenatore: “Per me fu un grande orgoglio, perché il Palermo non mi aveva ancora tenuto in considerazione come tecnico. Portai subito le mie idee
e i giocatori palermitani che avevo avuto a Trapani come Vasari e Galeoto. La coesione del gruppo fu fondamentale, i più esperti come Berti e Iachini si integrarono immediatamente. Dicevo che volevo un calcio fatto di amore e sacrificio. Il messaggio fu recepito, partite come la vittoria sul Parma o contro il Vicenza non le dimenticherò mai. I giornali parlavano di “Atletico Palermo”. Giocavamo un bel calcio col 4-3-3, con Vasari sull’esterno. Ogni settimana tutta la squadra andava una volta a cena insieme, si era creata una straordinaria alchimia e per tutto il girone di andata stazionammo nelle prime posizioni. Io a gennaio ebbi un approccio col Napoli, ma decisi di restare a Palermo“. La favola purtroppo durò però poco. “Forse un po’ tutti ci montammo la testa…“.

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