Una delle personalità più autorevoli e stimate della letteratura latinoamericana, Eduardo Galeano fu un narratore, storico, giornalista e scrittore uruguaiano.

Il grande scrittore uruguaiano era un tifoso vero, un appassionato autentico di questo sport.

‘’Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese’’.

Ancora una volta la potenza di questo sport è dinanzi a noi, la sentiamo. Un linguaggio, un modo per riconoscersi, o, ancora meglio, per ritrovarsi. La miscela di bellezze, di emozioni, che talvolta non troverebbero un risvolto nel nostro io razionale. Il richiamo all’adrenalina, a quella spinta vitale che per un attimo, anche solo per pochi attimi – diceva Totò – ci rende felici.

Eduardo Galeano ci guida, con il suo «Splendori e miserie del gioco del calcio» (Sperling & Kupfer), nel mondo magico del Calcio, ma subito con un’importante avvertenza: non fidatevi dell’enfasi retorica intorno al pallone, non fidatevi dei dittatori quando vi vogliono illustrare, con la complicità di un Mondiale, il finto benessere del loro paese.  Galeano ci rimanda alla fine degli anni ’78 negli anni bui del Sudamerica, gli anni delle laceranti contraddizioni: bene e male, miseria e nobiltà, oro e fango, tutto e niente. Dove il calcio, per un attimo davvero, diventa metafora della vita: sentimenti e ribellioni si celano dietro un dribbling, un gol, un gesto estetico. Non è una novita, basti pensare un attimo a Jorge Luis Borges, i grandi scrittori sudamericani hanno spesso utilizzato il pallone per raccontare i disagi del quotidiano, per denunciare le malefatte di politici e militari senza scrupoli, per mettere a nudo, con malinconica ironia, il malessere della società.

Eduardo Galeano, possiamo affermare,  rappresenta quel tipo scrittore di fine novecento che è in grado, attraverso il calcio, di esprimere il disagio ‘’del vivere’’, di condannare la violenza e l’oppressione. Il calcio diventa così uno strumento per la penna, una abilità letteraria per denunciare le dittature sul calcio, che non fanno esprimere la bellezza di questo sport, la sua emozione.

Galeano si fa portavoce: raccoglie tutte queste denunce, tutti questi concetti in «Splendori e miserie» pilastro delle sue memorie, muovendosi su due piani narrativi: da una parte, il pallone come mistero agonistico e galleria di assi; dall’altra, il pallone come fenomeno culturale e sociale, come territorio ambito dai potenti per le loro ciniche scorribande politiche e finanziarie.

Lo scrittore si sofferma su una questione, possiamo ben dire, anche attuale: a mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. In questo mondo di fine secolo, il calcio professionistico condanna ciò che è inutile, ed è inutile ciò che non rende. 

D’altronde, denuncia Galeano, a nessuno porta guadagno quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo, lo fa giocare come gioca il bambino con il palloncino o come gioca il gatto col gomitolo di lana. Il gioco, mai come oggi, si è trasformato in spettacolo, con molti protagonisti, molti attori e pochi spettatori. Lo spettacolo si è trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo, che non si organizza per giocare ma per impedire, forse, che si giochi. 

La grandezza dello scrittore uruguagio è più profonda di quanto può apparire, in un ideale campo che è poi la vita – a rimarcare il nesso calcio/metafora della vita – Galeano unisce tra loro personaggi così diversi tra loro, ma uniti da quel filo conduttore che è poi, forse banalmente, pallone: Diego Armando Maradona <<Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto>> Salvador Allende e Humphrey Bogart, Roberto Baggio e Henry Kissinger, Pier Paolo Pasolini e Marilyn Monroe, Karl Marx e Benito Mussolini, René Higuita e Adolf Hitler. E al termine del match, resta il calcio, mistero senza fine bello.

«Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia».

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