titoli emessi

Ore 20.45, fischio d’inizio di Italia-Macedonia del Nord. Sospiri, paure, tremore, il fantasma del 13 novembre 2017 che nessuno voleva ricordare e che invece, era li accanto a tutti gli italiani. Entusiasmo, si, ma solo per schernire la tensione e uccidere vecchi ricordi. Mentre molti sapevano (forse tutti) che la Nazionale a quel punto non doveva arrivarci e che, forse, il treno per il Qatar era stato perduto in Svizzera prima e a Roma poi, con quei due tiri dagli 11 metri che saranno per sempre emblema del disastro, del dramma (sportivo chiaramente). Nella vita ci sono cose ben più gravi (forse tutto il resto è più grave di una partita di pallone), ma ieri è certo che non ha perso soltanto l’Italia calcistica.

Poca fame di portare il proprio Paese al Mondiale

I minuti che passavano veloci, la palla che non entrava mai e l’Italia affetta sempre dalla “malattia” del gol, come nelle ultime uscite. Che le cose sarebbero andate male, si era capito forse già da quando Berardi (14 gol e 10 assist in campionato) ha calciato debolmente a porta praticamente sguarnita, da circa 10 metri, su regalo del portiere avversario. Qualche altra occasione potenziale, dominio si, tanto, ma anche tanta imprecisione. Poca, invece, la fame di portare a tutti i costi il proprio Paese al Mondiale. E’ un qualcosa che percepisci: quando non metti la gamba e invece dovresti farlo, quando non infili la testa a costo di romperti il cranio pur di buttarla dentro. Quando non fai di tutto, insomma, nel momento in cui arriva una palla in mezzo. Una palla che dovresti mangiarti talmente è la fame, appunto. E così finisce il primo tempo.

Il Calcio lo ha inventato il “diavolo”

Solita Italia. Qualcuno inizia a ripetersi che “Noi siamo sempre così, ma ora lo facciamo il gol”, o ancora: “La solita sofferenza, ma quante volte è capitato? Adesso la vinciamo”. Minuto 70′: la temperatura sale, lo spettro dei supplementari è vicino, il silenzio al “Renzo Barbera” è assordante, di quelli che ti distruggono. Perchè, signori, il pubblico di Palermo potrà anche essere bello e capace di generare una bolgia, ma quando la paura sale c’è poco da fare. E chi non era allo stadio, poteva guardare gli occhi spiritati di Mancini per capire che il “diavolo” di questo sport sarebbe entrato da lì a poco sul prato impeccabile della “Favorita”. Perchè è vero che a volte, questo sport, sembra lo abbia inventato satana. Minuto 80′, 10′ ai supplementari. Ancora dominio ma poca concretezza: forse la paura di andare a casa ha preso fin dall’inizio il sopravvento. E le gambe non erano libere; tranne quelle di Verratti, che ieri ha sfornato l’ennesima prestazione da giocatore alieno qual è.

Dramma Italia, Trajkovski omicida di sogni

I bambini avevano le mani tra i capelli, ma avevano fiducia. E menomale che ci sono i bambini: loro non smettono mai di credere nei sogni. I genitori invece, forse, sapevano. I ragazzi (adolescenti, maturi) a una certa età capiscono quanto crudele questo sport possa essere. E quindi anche loro forse producevano brutti presagi. Vialli era accanto a Mancini, quasi rassegnato. E non poteva stare da nessun’altra parte: perchè gli amici sono accanto a te nelle notti magiche di Wembley e in quelle tragiche di Palermo. Palermo, il capoluogo della Sicilia, città di profumi e di sapori. Ma da ieri anche di dolori. Minuto 92′; un nome, un “diavolo”: Aleksandar Trajkovski. Nel “suo” ‘Barbera’, scaglia un destro imparabile (ma se ti chiami Donnarumma, quel miracolo puoi farlo) che si infila all’angolino e fa la barba al palo. E’ la fine. E’ il dramma. Il silenzio è di quelli taglienti, di chi sa che un’altra volta bisogna accettare che il nostro Paese ai Mondiali non verrà rappresentato da un maglietta azzurra, da un tricolore: il nostro.

Palermo per sempre luogo della catastrofe

Di chi sa che non vivrà ansia prima delle partite, gioie dopo una vittoria, dolori dopo una sconfitta. Orgoglio, senso di appartenenza, identità, spirito patriottico, lacrime. Niente di tutto questo a ridosso del Natale (quando si giocheranno i Mondiali). Niente coppa del Mondo, quella diversa dalle altre. La più bella e impossibile. Quella che davvero ti mette un gradino sopra tutti. La competizione più importante che il calcio possa offrire. E forse è uno scherzo del destino, ma l’Italia ieri sembrava proprio il Palermo: sprecona e poco concreta. E, sempre scherzo del destino, la Nazionale di ieri sembrava, in particolare, proprio l’ultimo Palermo: quello in cui qualcuno non “meritava la maglia”. Ore 22:46: niente Mondiale, poche lacrime dei calciatori (Donnarumma e Verratti i più disperati), tantissime sugli spalti. Il Barbera che si svuota con lentezza, quasi a sperare che la partita ricominci o che non sia per davvero finita. Lo è, italiani. Palermo veramente sarà per sempre il luogo della catastrofe sportiva, calcistica, più incredibile della nostra storia.

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