Una notizia sconvolgente giunge da Roma, dove è avvenuto un vero e proprio gesto intimidatorio nei confronti di Federico Ruffo, il giovane giornalista di Report, autore dell’inchiesta per lo stesso programma in onda su Rai Tre, riguardo le infiltrazioni della ‘ndrangheta nelle curve della Juventus. Un’inchiesta giornalistica, che ha dato il via a ad un turbinio di polemiche, soprattutto nell’ambiente bianconero.

Come riportato da “il Mattino”, solo l’intervento di un cane, che ha iniziato ad abbaiare improvvisamente mettendo in fuga gli autori, ha evitato che il misfatto finisse in tragedia. L’abitazione di Ruffo si trova tra Ostia Antica ed Acilia: attorno alle 4.30 dello scorso 13 novembre, qualcuno ha prima disegnato una croce con della vernice rossa sulla parete della sua abitazione, poi ha cosparso di benzina il pianerottolo dove c’è l’ingresso di casa sua. E a quel punto, l’intervento del cane che ha “sventato” i piani dei malviventi. Il giornalista, ha poi spiegato di passare “pochissimo tempo in quella casa, non ho idea di come abbiano fatto a sapere che stavo tornando”.

Ruffo ha successivamente presentato denuncia ai carabinieri. “Se non ci fosse stato il cane, avrebbero dato fuoco a casa. Mi ha salvato”. A raccontarlo lo stesso reporter, che, in un video pubblicato sulla pagina Facebook della trasmissione di Raitre, ha spiegato: “Ero tornato tardissimo. Passo gran parte della settimana a Torino, dovevano sapere che ero a casa. Stavo dormendo quando ho sentito un rumore da fuori, era la ciotola del cane. Il mio cane ha iniziato ad abbaiare tantissimo. Sono uscito a piedi nudi e sono scivolato su un lago di benzina. Sono caduto a terra riempendomi di benzina sulla schiena e le gambe. Poi sono uscito in giardino, sono arrivato al cancello per vedere se stessero scappando ed era pieno di benzina”.

Il giornalista, quando è rientrato a casa per chiamare i carabinieri ha visto la croce sul muro accanto alla porta. I carabinieri del nucleo di Ostia, che indagano sull’accaduto, dopo i rilievi del caso, hanno acquisito anche il materiale relativo ai ripetuti attacchi e alle minacce di morte di cui Ruffo e il conduttore del programma Sigfrido Ranucci sono stati vittime attraverso i social, sia prima che dopo la messa in onda dell’inchiesta “Una signora alleanza”. Nelle passate settimane, inoltre, Ruffo è stato oggetto di comportamenti deprecabili in alcuni locali pubblici da parte di alcuni tifosi juventini imbufaliti per l’inchiesta, dai quali è stato costretto ad allontanarsi.

Già prima della messa in onda del servizio, la Federazione Nazionale Stampa Italiana aveva parlato di “intimidazioni, minacce, annunci di querele milionarie”, spiegando in un comunicato stampa che alcune ore prima della trasmissione di Report condotta da Ruffo, si erano scatenate le tipiche reazioni che avvengono quando si toccano affari sporchi.

Questa triste vicenda dimostra come sia difficile fare giornalismo d’inchiesta in Italia ed in larga parte del mondo occidentale, dove vige la legge del più forte. Chi ha potere ed è rigoglioso di pecunia, non può e non deve essere toccato in alcun modo, e se qualcuno prova a farlo, finisce male o deve capire che non avrà vita facile, con qualsiasi mezzo. Eppure Ruffo ha portato agli onori della cronaca nulla che già non si sapesse, stando a quanto è emerso dagli atti processuali. Ma dove girano tanti soldi e interessi (che si tratti di sport, politica, impresa, malavita e quant’altro) gli organi mediatici d’alto livello hanno la funzione di minimizzare ogni faccenda scomoda e proteggere chi sta in alto. In questo caso invece, qualcuno ha deciso di rendere nota una vicenda ai più sconociuta, ma che doveva essere taciuta. La giustizia ordinaria farà il suo corso oppure no e se si, non sappiamo fino a che punto. Ma al di là di come si concluderà questa vicenda, (ammesso che avrà una fine e i colpevoli pagheranno) c’è da riflettere parecchio su cosa siano diventati sistema calcio, sistema mediatico e tutto ciò che vi gira attorno.

Ma perchè questa inchiesta ha suscitato tanto scalpore e ha messo in serio imbarazzo i protagonisti di questa vicenda che è tutto fuorchè limpida? La puntata del 22 ottobre di Report, ha provato a fare luce sui rapporti tra alcuni dirigenti della Juventus, i suoi ultras e la ‘ndrangheta, oltre.ai vari aspetti controversi della vicenda legata al suicidio di Raffaele Bucci, uno dei membri di spicco dei Drughi (principale gruppo organizzato della tifoseria juventina) ed ex fonte dei Servizi Segreti. A riguardo, “Il Napolista” ha pubblicato nelle scorse settimane delle intercettazioni relative all’inchiesta portata avanti dalla Procura di Torino in relazione ai rapporti tra la Juventus e le ‘ndrine mafiose , in base alle quali il 7 Luglio del 2016, Alessandro D’Angelo (security manager della Juventus, lo stesso che ha permesso di esporre allo Stadium gli striscioni inneggianti la tragedia di Superga, senza che Andrea Agnelli si opponesse) comunicò ad Andrea Agnelli la notizia del suicidio di Bucci, buttatosi giù da un ponte per paura di essere ammazzato, dopo essere stato interrogato dalla stessa Procura. Emerge come lo stesso presidente della Juventus rimanga stupito per il suicidio ma non della vicenda nel suo complesso, dimostrando di esserne perfettamente a conoscenza.

«Fino alla fine della scorsa stagione i Drughi avevano ancora i biglietti dalla società e continuavano a fare bagarinaggio». Questo quanto dichiarato a Report, da Bryan Herdocia, ultras bianconero che ha consegnato a Ruffo ricevute, biglietti e chat. In una di queste Salvatore Cava, braccio destro di Dino Mocciola, uno con parecchi daspo sulle spalle ed una condanna per l’omicidio di un carabiniere, sottoposto a sorveglianza speciale per aver favorito l’ingresso della ‘ndrangheta allo Stadium, mostra come per Tottenham- Juventus, partita valida per gli ottavi di champions dell’anno scorso, abbiano venduto biglietti da 35 sterline a 850, vale a dire più di venti volte il prezzo regolare.

Nel 2017, è stata depositata la sentenza del processo penale “Alto Piemonte”, nella quale è scritto a chiare lettere che “la tifoseria organizzata bianconera esercita una forza intimidatoria nei confronti della società, ma alcuni gruppi agiscono sotto diretto controllo dei boss”. Sono stati condannati a sette anni e nove mesi di carcere Rocco Dominello (in appello 5 anni), indicato insieme al padre Saverio come esponente della cosca Pesce-Bellocco di Rosarno e definito il “raccordo fra il mondo della tifoseria organizzata e la’ndrangheta”. Nessun dirigente della società Juventus è stato condannato, ma è stato aperto un procedimento sportivo dove Andrea Agnelli è stato inibito per un anno dal tribunale federale della Figc per aver avallato le condotte “poco legali” dei suoi dirigenti che “scendevano a patti con gli ultrà” pur di tener buona la tifoseria. L’improvviso divorzio della società torinese da Marotta e l’avvio di un nuovo corso al suo interno, potrebbe essere legato a tutto questo, vista la necessità da parte della società di Corso Galileo Ferraris di liberarsi da personaggi non proprio irreprensibili.

 

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