Tremano arbitri e VAR: Lissone, procedura e regolamento
Il caos dietro il caso arbitri sta scuotendo il mondo del pallone italiano. Nel mirino delle indagini è finito il capo designatore dell’AIA Rocchi per una serie di comportamenti sospetti verso i fischietti di gara in campo e, soprattutto, nelle sale VAR di Lissone. Facciamo un po’ di chiarezza a riguardo.
Tremano arbitri e VAR: il regolamento e la procedura
Il VAR, acronimo di Video Assistant Referee, non è un arbitro parallelo ma uno strumento di supporto tecnologico volto a correggere errori chiari ed evidenti in quattro situazioni specifiche: la regolarità di un gol, l’assegnazione di un calcio di rigore, i cartellini rossi diretti e gli scambi d’identità. Il processo inizia con il “silent check”, durante il quale il video-arbitro osserva le immagini in tempo reale; se rileva una criticità, comunica con il direttore di gara in campo, il quale può decidere di fidarsi del suggerimento o, più frequentemente, recarsi alla “Review Area” a bordo campo per una revisione video autonoma chiamata On-Field Review.
Lissone cuore della VAR
Il cuore tecnologico di questo sistema batte a Lissone, presso l’International Broadcasting Center (IBC). La decisione di centralizzare tutte le sale VAR in un unico polo, operativa ormai da anni, nasce dall’esigenza di standardizzare le prestazioni e ottimizzare le risorse. A Lissone confluiscono tutti i segnali video prodotti dalle telecamere negli stadi attraverso una rete ultra-veloce in fibra ottica. Questo permette ai direttori di gara di lavorare in un ambiente tecnologicamente avanzato, evitando la logistica frammentata dei vari stadi e garantendo una supervisione costante da parte dei vertici arbitrali che, fisicamente, possono monitorare più partite contemporaneamente nello stesso edificio.
Un ambiente protetto al centro dello scandalo
Tuttavia, proprio questa vicinanza fisica e la struttura centralizzata sono finite al centro dello scandalo che sta scuotendo il calcio italiano in questo 2026. L’inchiesta della Procura di Milano, nata dalle denunce di numerosi arbitri ed ex fischietti, ipotizza l’esistenza di un “sistema” volto a condizionare le decisioni dei varisti. Il problema non risiede nella tecnologia, ma nella gestione umana: si parla di pressioni dirette, di supervisori che entrano nelle sale VAR senza averne diritto e di contatti non regolamentari con i club per ingraziarsi le dirigenze. Questo clima di “figli e figliastri” avrebbe creato una filiera malata dove chi non si piegava alle indicazioni dei vertici veniva gradualmente isolato o epurato.
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