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Palermo, la rabona di Johnsen che vale un gol… anche se annullato

Palermo, la rabona di Johnsen che vale un gol… anche se annullato

Sotto il diluvio di Marassi, in una Sampdoria-Palermo che è già entrata nella categoria delle partite “da raccontare”, c’è un fotogramma che resta impresso più del tabellino: la rabona di Dennis Johnsen.
Un gesto tecnico di quelli che fanno alzare il pubblico, anche avversario, e che in un attimo trasformano un’azione qualunque in un momento indimenticabile.

L’esterno norvegese, arrivato nel mercato di gennaio, ha scelto la soluzione più difficile e spettacolare: incrocio delle gambe, calcio con la gamba “forte” dietro quella d’appoggio, palla perfetta per Pohjanpalo. Assist del finlandese per il gol di Pierozzi, poi cancellato. Resta però la sostanza: idea, qualità, coraggio.

Cos’è la rabona?

La rabona non è solo “una giocata bella”. È un gesto tecnico preciso, che richiede:

  • coordinazione elevatissima (l’arto calciante passa dietro quello d’appoggio);
  • equilibrio del busto per non perdere assetto;
  • tempi di esecuzione rapidi (si fa spesso in corsa o con poco spazio);
  • lettura della giocata: va usata quando può sorprendere il difensore o creare una traiettoria migliore.

In pratica, il calciatore calcia il pallone con la gamba preferita, ma invece di “aprire” il corpo normalmente, la fa passare dietro l’altra gamba. Risultato: cross, passaggio o tiro con effetto inatteso. Se viene eseguita bene, è geniale. Se viene forzata, diventa fine a sé stessa. E qui sta il punto: quella di Johnsen non è stata un vezzo, ma una scelta funzionale all’azione, come evidenziato dallo stesso norvegese nella conferenza stampa di presentazione svoltasi in settimana.

Da Ricardo Infante a oggi: la rabona nella storia

Nel linguaggio popolare del calcio, la rabona è associata al Sudamerica, alla fantasia pura. Il termine, secondo la ricostruzione più diffusa, nasce in Argentina e viene collegato al pioniere Ricardo Infante, che rese celebre questa giocata già nella metà del Novecento.

Da allora, il gesto è diventato firma tecnica di giocatori capaci di unire estro e concretezza. Nel tempo lo abbiamo visto nelle giocate di:

  • Ricardo Quaresma, maestro di colpi “impossibili”;
  • Ángel Di María, capace di usarla anche in zona rifinitura;
  • Erik Lamela, autore di rabone diventate iconiche;
  • Cristiano Ronaldo, che l’ha proposta in carriera in alcune azioni spettacolari;
  • Diego Armano Maradona e, in Italia, da interpreti offensivi con sensibilità tecnica che l’hanno sfoderata in momenti chiave.

La differenza vera, però, la fa sempre il contesto: la rabona non deve essere un numero da circo, ma una soluzione utile. Esattamente ciò che è successo a Marassi.

Il confine sottile tra estetica e utilità

Nel calcio moderno, dove tutto è codificato e studiato, una giocata come la rabona riapre uno spazio fondamentale: quello dell’imprevedibilità del talento vero. Johnsen, a Marassi, ha dimostrato proprio questo: la capacità di fare una cosa “bella” nel momento in cui serviva fare una cosa “giusta”.

Il tabellino dirà che quel gol non è rimasto. Le immagini, invece, raccontano che in quel lampo tecnico il Palermo ha trovato una delle sue fotografie più potenti della stagione: coraggio, qualità e fantasia al servizio della squadra.

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