L'attaccante del Palermo Fabrizio Miccoli durante la conferenza stampa all'Hotel Excelsior, Palermo, 27 Giugno 2013. ANSA/ MIKE PALAZZOTTO
Miccoli, la condanna e l’incontro con Maria Falcone. Il racconto
Fabrizio Miccoli, ex storico capitano del Palermo, in una lunga intervista rilasciata a La Gazzetta dello Sport, ha raccontato il suo passato da calciatore e non solo. Ecco di seguito le sue parole.
Miccoli: il racconto dell’ex capitano del Palermo
L’amore di Miccoli per Maradona: “La prima volta che vidi Diego… Come se avessi visto Gesù Cristo. Mi colpì perché era altruista, giocava più per gli assist che per i gol. Volevo essere come lui. Ero in macchina, quando ho saputo della sua morte. Accostai, restai fermo e muto per dieci minuti. In una cassetta di sicurezza conservo l’orecchino che la Finanza gli sequestrò all’aeroporto di Roma. Lo comprai all’asta per 25mila euro. Non l’ho mai portato, avrei voluto restituirglielo. Il tatuaggio di Che Guevara l’ho fatto perché ce l’aveva anche lui. A me la politica è sempre interessata poco, però sapevo chi era Che Guevara perché mio zio Tonino, un uomo di sinistra, ne parlava sempre”.
La condanna e l’incontro sbagliato: “Mi affeziono alle persone, tendo a fidarmi. Quel ragazzo lo conobbi durante la riabilitazione da un infortunio. Giocava nei dilettanti, avevamo lo stesso preparatore. Diventammo amici, all’epoca era incensurato. Io so di non averla fatta, quell’estorsione. Ciò che mi tormenta è l’intercettazione”.
“Quel fango di Falcone”: “Me ne vergogno. Non so come mi siano uscite quelle parole. Era l’alba, eravamo usciti dalla discoteca, avevo la mente annebbiata. Queste sono le spiegazioni che ho dato a me stesso, ma non cerco scuse, posso soltanto scusarmi. Non mi perdono”.
L’incontro con Maria Falcone e il momento della condanna
L’incontro con Maria Falcone: “Appena scontata la pena, finito l’affidamento, sono volato a Palermo, per incontrare la signora Maria
e suo figlio Vincenzo. Ho chiesto scusa alla signora Falcone, le ho parlato della vergogna che provavo, di quanto rimorso avessi. Lei mi ha sorriso e ha detto: “Ti perdono”. Mi sono commosso, mi sono sentito liberato dal vero peso che avevo addosso. Ci siamo fatti una foto che tengo per me. Con Vincenzo sono in contatto, spero che a Palermo possiamo presentare il libro insieme, alla Fondazione Falcone”.
Miccoli racconta il momento più difficile della condanna: “Quando mi sono costituito, al penitenziario di Rovigo. Scesi dalla macchina e quell’ultimo tratto a piedi, verso il cancello, con il borsone sulle spalle, è stato terribile. Poi i documenti, la perquisizione…Mi accolsero bene, non mi misero mai in mezzo alle loro cose. Quando c’erano delle questioni, mi allontanavano. Dicevano: “Tu che ci fai qua?” Mi fecero una battuta: “Fabrizio, qua ci ammazziamo per due cose, le carte e il pallone”. Capii. Così mi mettevo tra i pali e le poche volte che giocavo da attaccante non facevo mai il fenomeno, mi muovevo con il freno a mano tirato. La partitella era un momento spensierato e tale doveva rimanere”.
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