Una baraonda di notizie, eventi e mancati eventi si sta ripercuotendo sulla società del capoluogo siciliano. La squadra rosanero ha trovato in Stellone il condottiero ideale per trovare il bandolo della matassa e superare le frenesie dell’era Tedino. La partita di Verona è la fotografia del bel momento che il gruppo sta vivendo: qualche tempo fa un pareggio al “Bentegodi” sarebbe stato un risultato su cui mettere la firma, adesso non ci si accontenta facilmente. Il Palermo ha preso consapevolezza dei propri mezzi, il pareggio di venerdì scorso ha lasciato l’amaro in bocca perché il gruppo è conscio del fatto che fosse possibile agguantare i tre punti. Comunque i rosa hanno mantenuto il primato e vogliono tenerselo stretto.

L’ambiente, però, trema nel momento in cui finisce una partita e comincia una nuova settimana: ed è così anche questa volta, perché le vicende extra calcistiche fino ad oggi hanno distolto l’attenzione dal campo. Il comunicato della Financial Innovation Team di giovedì scorso è stato subito seguito da diverse vicende che potrebbero, per l’ennesima volta, allontanare le fantomatiche firme per il passaggio di proprietà e, nella peggiore delle ipotesi, far addirittura scomparire l’U.S. Città di Palermo.
Fuga di notizie, intercettazioni telefoniche, mancato fallimento in cambio di favori, corruzione e chi più ne ha, più ne metta. Il caos. Ma una città come questa è, purtroppo, abituata a colpi di scena repentini.

Ma chi ne risente maggiormente di questa tempesta che non cenna ad arrestarsi? Il tifoso. Ebbene sì, il tifoso è il principale attore passivo di questa burrasca. “Solo la maglia” molti dicono: uno slogan più che mai attuale, anche perché l’unico motivo che fa ancora battere il cuore ai sostenitori rosanero è il campo. Il momento della partita è una liberazione per la gente e la squadra di Stellone è l’unico raggio di sole che esce prepotente tra le nuvole nere che coprono il cielo sopra il “Barbera”. Il tifoso rosanero è dilaniato, scisso tra queste due dimensioni in continuo contrasto, tra il prato verde che regala soddisfazioni e il tavolo delle trattative che fino a questo momento a concesso solo illusioni e delusioni.
“Sol invictus”. Era un appellativo religioso usato nel tardo Impero romano con cui si festeggiava il Natale: il Sole elevato a Dio, considerato invincibile, che sempre avrà la meglio sulle tenebre.
E oggi, con un cielo cupo e tenebroso come questo, il tifoso si augura che i raggi celati possano trafiggere le nubi e tornare a dar luce ad una città che fa del sole una delle sue più splendide caratteristiche.

Con affetto, Pietro Lanza.

Facebook
Instagram
Twitter
SHARE